Vuoto
Senso di vuoto. E' quello che mi prende quando esco da un centro commerciale. Durante il giro interno si accumulano pensieri che spaziano dalla crisi economica al caro prezzi, da come sono oggi i negozi a come erano ieri.
Tutto cambia e si evolve. Negli anni '60 e '70, soprattutto i cantautori, si protestava contro l'essere standard, il conformismo, la cultura della massa… polli d'allevamento, come cantava Gaber.
La sensazione che mi prende quando passo nei corridoi è simile a quella che, chissà, forse, pervade gli animali allevati in spazi preordinati, costretti a muoversi dentro percorsi obbligati, spazi predeterminati, dosi preconfezionate, peso standard, forma e quantità "a tabella".
Mi diceva un commesso, che lavora in un negozio di una grande multinazionale, che a tempi stabiliti arriva un fax con la foto della vetrina da allestire, così, uguale in tutti i negozi del globo… ma nemmeno un po' di fantasia è rimasto possibile esercitare? Cambi centro commerciale e ti sposti solo di luogo, i negozi sono uguali in ogni centro, cambiano le metrature delle superfici, ma le vetrine e la disposizione della merce devono essere le stesse dovunque. Addirittura siamo arrivati ad avere centri commerciali di forma analoga in città diverse. Entri a Torino e ti senti immerso nel centro che hai già visto, che so, a Milano… ma dove siamo?
Addirittura nei negozi si deve diffondere musica solo di un certo tipo, gli stessi brani e ad alto volume, il personale veste allo stesso modo, soprattutto ti tratta allo stesso modo: è difficilissimo trovare commessi e commesse, specie nei negozi per giovani, con atteggiamento attento e gentile; sono tutti come usciti da un brutto sogno con risveglio arrabbiato.
Forse sono io che sono rimasto indietro? Non sono in grado di adeguarmi ai tempi?
La metafora dei "tempi moderni" di Chaplin è ancora sempre viva…



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