Treni



Un viaggio corto corto, con la "c" aspirata, visto che va da Montecatini a Firenze.
Un treno vecchio vecchio, più volte ristrutturato, visto che le carrozze risalgono agli anni '70.
Un ambiente sporco sporco, visto che non c'è più la manutenzione necessaria.
Una popolazione incivile incivile, visto che ognuno contribuisce a scassare ciò che è già rotto.
Un paesaggio ferroviario brutto brutto, visto che non ci sono più soldi per il decoro, le erbacce crescono ovunque, le costruzioni diventano ogni giorno più pericolanti.

E' sera, ore 21.00, la stazione è deserta; la costruzione risale al Ventennio fascista, pura architettura istituzionale del periodo, sobria e robusta.
Le porte sono aperte, gli uffici sono tutti chiusi.
La biglietteria è chiusa anch'essa e sostituita da distributori automatici.
La voce che annuncia i treni è elettronica, programmata, metallica.
Non ci sono più gli elementi che facevano un tempo di ogni stazione un luogo vivo: il campanellino che annunciava l'arrivo del treno, il capostazione sulla pensilina che aspettava e vigilava, la voce umana dall'altoparlante che sapevi provenire dal microfono che stava dietro la tendina della cabina di controllo... il verificatore, che sentivi all'opera perché udivi il martellare del suo attrezzo, le cosiddette "marmotte", che indicavano su quale binario doveva passare il treno.

Attendo sulla pensilina e mi guardo intorno: cornicioni che si staccano, infiltrazioni, erbacce che crescono ovunque sui muri e nelle fessure dei pavimenti.
Quello che è più inquietante è comunque l'assenza delle persone addette, che una volta invece trovavi a qualsiasi ora del giorno e della notte, quella presenza rassicurante che oggi non esiste più.

Dell'ambiente che tanto tempo fa frequentavo anche solo per il piacere di stare un po' tranquillo a pensare ormai non c'è più traccia, resta solo una grande, muta, vuota e persa desolazione.


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